Poesia per chi non se l’aspetta

Chissà se leggendo ti riconoscerai
Nascosto tra queste poche righe
A fare capolino dietro a un punto
- come questo.

Se ti vedrai riflesso nelle parole
Che gorgogliando s’allontanano
Dalla sorgente di un chissà.

O se invece saltando
Da una riga all’altra,
Ti chiederai a chi mi riferisca
Senza neppure immaginare.
Come potresti?

E io qui sempre a scrivere,
Con tutti questi versi
Ancora da versare.

Quant’è strana questa vita

di Slawka G. Scarso (20.04.2009)

Quant’è strana questa vita
Che se qualcuno me l’avesse anticipata
Così diversa da come me l’ero sognata
L’avrei di sicuro rinnegata.

E invece
A riguardare
Indietro
Coi giorni tristi
Ormai superati
Mi sembra così

Imprevedibilmente

Orgogliosamente

Felicemente

Mia.

passeggiate romane a testa in su

e dalla strada, per le vie di Roma
appena si accende una luce
giocare

a chi prima indovina
chi abita sotto i soffitti a cassettoni,
chi danza sotto i lampadari di cristallo
chi dorme davanti alla televisione.

Mi abbraccia il tuo sguardo

di Slawka G. Scarso

Mi abbraccia il tuo sguardo
quando non giochi
a solleticare il mio stomaco
in attesa.
E mi chiedi dove io sia stata
tutto questo tempo.
A cosa sia servita, tanta attesa.
Troppa.

Troppa, sì, e infatti non c’è risposta
alla tua domanda, ma posso solo
lasciarti fare,
mentre delicatamente sfili il mio cuore
e accarezzandolo lo tieni tra le mani.

Posso? Mi chiedi.
Tieni, tienilo pure per un po’.

E mentre ti allontani cauto
con le mani colme
sento il calore d’agosto
e non mi manca niente.

Suoni – Una domenica pomeriggio

Slawka G. Scarso
4 ottobre 2009

Da un giardino vicino
voci
di bambini che giocano
e una madre, forse due,
che controllano.
E ancora due cani
che improvvisamente iniziano
a lottare e una voce adulta dice
Guarda che si stanno mordendo
e allora tutti a gridare
Lola, Fuffi, basta!
Fuffi, smettila! Lola!

Ma dei cani si sente solo il ringhio,
il latrato,
mentre lo sforzo della mascella che affonda
nel collo arriva lontano, s’infila sotto la pelle.

Poi un treno col suo stridere di freni
sulle rotaie si mischia ai cani che lottano.
Passa, il tempo di sei o sette
vagoni coi vetri oscurati di graffiti.
Passa, e quando è finito
c’è silenzio. Solo il pianto
sottovoce dei bambini
e le urla di chi grida
sulle giostre un po’ più in là.

Piccoli aneddoti dalla biblioteca

Ieri sono tornata alla biblioteca di Marino perché il servizio nel mio paese è stato sospeso - credo perché nessuno lo utilizzava ma del resto ditemi quante persone possono andare a ritirare un libro (perché i libri qui non ci sono mai stati, bisognava prenderli in prestito da un’altra biblioteca) di venerdì mattina o di martedì pomeriggio.  Vabbè, arrivo a Marino, parcheggio, metto i soldi nel parchimetro e poi entro in biblioteca. Faccio per andare a prendere un paio di libri al piano di sopra prima di restituire quelli che devo riportare e mi trovo una porta chiusa davanti. Dall’ufficio due signore mi guardano e mi fanno:
- E lei dove sta andando?
- Ehm, volevo prendere dei libri… - ma dico io, di solito in biblioteca cosa si fa?
- La biblioteca è chiusa. Stiamo facendo i lavori.
- Ah… Ma sul sito non c’era scritto nulla.
Quelle si guardano, secondo me per un attimo si chiedono addirittura se davvero c’è un sito internet, e poi fanno:
- Si vede che non gliel’abbiamo detto.
Così anziché prendere i libri che mi servivano mi limito a consegnare quello della Parrella che avevo preso in prestito.

Ecco, se non fosse che c’era stato un episodio ancora peggiore ad agosto avrei trovato questo di ieri assurdo. E invece ad agosto…
Entro nell’ufficio per far registrare i libri che voglio prendere in prestito. E in più devo rifare la tessera. Trovo una signora al telefono che sta parlando del figlio. Siccome dubito che il figlio, che dai discorsi sembra andare ancora a scuola, lavori per la biblioteca, escludo che sia una telefonata di lavoro.  La signora mi guarda, continua a parlare del figlio. Poi si vede che si accorge che io sono lì impalata e non ho intenzione di muovermi perché mi guarda di nuovo e fa, appena appena scocciata:
- E lei che vuole?
- Dovrei prendere in prestito questi libri. E rifare la tessera.
La signora a questo punto sbuffa. No, dico, SBUFFA! Senza attaccare il telefono, mi passa un paio di moduli da riempire per rifare la tessera. Compilo tutto, le ripasso i moduli. Lei, senza aver mai attaccato, inserisce i dati al computer e intanto continua a chiacchierare con la persona dall’altro capo del telefono. Poi siccome dopo cinque minuti ovviamente non è riuscita a inserire come si deve due dati, si decide ad attaccare.

Dopo gli inchini

Il gelo delle tue distaccate parole,
era come un vetro opacizzato male:
il rosso e il nero del tuo rancore
riuscivano comunque a trasparire.

Come un pezzo di Las Vegas a Roma

di Slawka G. Scarso

Nevrastenico mal di schiena del giorno dopo
Riporta il pensiero alla seicentesca scomodità
Alla copia di tradizioni altrui, non nostre.
Tutto per l’arte? Ma fosse arte almeno!

Come un pezzo di Las Vegas a Roma,
Un Colosseo di mattoni di polistirolo,
Una torre Eiffel di cartapesta argentata
In mezzo al verde romano ci siamo messi a imitare
Persino gli americani che imitano,
Con un teatrino di legno inospitale
Malgrado tanta nostra ricchezza monumentale.

Ma forse chi ha avuto la malsana idea
Già aveva chiara in mente
La scelta delle soporifere compagnie,
Così il pavimento del parterre
O le dure panche prive di schienale
Sono l’unico ostacolo,
Tra lo spettatore aggrappato
Al cuscino portato da casa
E Morfeo. Sempre in agguato.

Il cielo fuori dalla finestra

L’altro giorno, poco prima che l’ennesimo temporale arrivasse da Roma fino ai Castelli, il cielo era quello in questa foto. Grigio, blu cobalto, nero, tutto mischiato insieme. E sotto alle nuvole, in fondo a quell’orizzonte di mare che da qualche anno ormai mi trovo fuori dalla finestra, la luce del tramonto non era quella rosata di sempre a quell’ora, ma era quasi color platino. E pure il mare sotto.  La terra blu. Così mi sono messa lì a  scattare foto cercando di trovare tra le varie funzioni della mia macchinetta, quelle che riuscissero a esaltare maggiormente quei colori.

Tessa come sempre era al mio fianco, sentivo la sua schiena contro la mia gamba. Ogni tanto alzava su lo sguardo verso di me. Poi, visto che pure lei non scherza in quanto a curiosità, è saltata su, con le due zampine appoggiate (aggrappate) al davanzale, il collo allungato il più possibile per guardare anche lei fuori: vedere cosa mi interessava così tanto, annusare l’aria che già sapeva di pioggia, ammirare il cielo fuori dalla finestra.

L’olfatto

Il corso per sommelier mi ha rovinato, non tanto come degustatrice, quanto come scrittrice (esordiente). Da quando l’ho fatto sono fissata con l’olfatto: il senso più trascurato che abbiamo, eppure capace di riportarci indietro di 20 anni non appena sentiamo un odore particolare. Altro che i ricordi che vengono alla mente vedendo una foto. E neppure una canzone riesce a trascinarci fisicamente dentro al passato quanto un profumo particolare.

Così quando osservo Tessa mentre scopre tutti i nuovi profumi del mondo che ci circonda mi emoziono. Mi sembra di ri-scoprirli insieme a lei, anche se per fortuna mia e dei miei vicini non la seguo nelle sue ispezioni della terra sotto ai cespugli, dei rami dei pini tagliati e lasciati lungo il sentiero del parchetto.
Poco fa quando ho aperto la dispensa delle mie adorate spezie e l’ho vista puntare immediatamente il naso verso l’alto, lo sguardo concetrato, m’è venuto un sorriso orgoglioso. Quasi mi veniva da spiegarle che quello che stava sentendo era un mix di chiodi di garofano, noce moscata, cannella, curry, spezie miste tailandesi, garam masala, cardamomo, semi di finocchio, dragoncello…

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