Degni di nota
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Quando Ernest Hemingway terminò questo lavoro, disse che si trattava della sua opera migliore. Quello che aveva davanti era il suo romanzo in sei parole:”For sale: baby shoes, never worn.” (1) Rilanciato l’anno scorso dal Corriere.it, di fatto questo romanzo ha stimolato da sempre e ovunque tentativi di imitazione, o meglio ancora ha indotto tantissimi a cimentarsi con questa lunghezza, così breve ma che al tempo stesso ha dato un risultato così incisivo in Hemingway. Tentativi che spesso dimostrano che la portata di questo romanzo non è stata colta, perché il romanzo di Hemingway non era solo una bella frase. Era un romanzo!
Quali sono, dunque, le caratteristiche che rendono questo romanzo un piccolo capolavoro e non una frase molto bella? Per quale motivo Hemingway sosteneva di aver scritto il suo migliore lavoro? Innanzitutto, sottintesa in quelle sei parole abbiamo una trama, una classica situazione in cui i protagonisti partono da un certo punto A che viene sconvolto da una situazione B e porta infine alla conclusione C, ribaltata rispetto ad A. C’è la speranza e la gioia dell’acquisto per un bimbo appena nato, c’è la drammaticità dell’evento che ha portato a perdere quel bambino, e c’è il desiderio -o la necessità- di andare avanti in qualche modo. Non solo: anche per il lettore c’è uno sconvolgimento emotivo. In sei parole Hemingway riesce addirittura a creare il colpo di scena ma anche empatia per un personaggio di cui non sappiamo nulla - è la madre? il padre? la nonna materna che cerca a modo suo di aiutare? - ma che improvvisamente, dopo quelle ultime due parole sentiamo incredibilmente vicino a noi. E questo non capita con una bella frase, ma con un romanzo.
Scritto per Il Pendolo
0 comments Slawka G. Scarso | Degni di nota, Diario di una scrittrice esordiente
Ho finito ieri di leggere il mio primo romanzo di Hemingway. For whom the bell tolls, acquistato all’aeroporto di Stansted ormai un mese fa per festeggiare il fatto che lo zaino che stavo portando sul Cammino fosse più leggero del previsto. Immagino che il mio criterio di scelta abbia spaventato le commesse: in una mano avevo For whom the bell tolls, nell’altra, The Curious Incident of the Dog in the Night-Time di Mark Haddon. Una volta tanto, ho scelto solo in base al peso. E malgrado le sue 490 pagine, il romanzo di Hemingway, in versione economica, pesava di meno.
Me lo sono portata dietro per 200 km circa, su per i Pirenei, attraverso la Navarra e parte della Rioja, e poi di ritorno in Italia. Poi ieri l’ho finalmente finito.
Comincio dalle cose che mi sono piaciute di questo libro. Hemingway fa uno spaccato davvero interessante della guerra civile spagnola, ma direi anche della guerra civile in generale, in cui il nemico parla la tua stessa lingua, potrebbe essere addirittura il tuo vicino di casa. E così scattano quei meccanismi paranoici per cui nessuno si fida più di nessuno. E al tempo stesso, proprio perché il vicino potrebbe essere il nemico, si scopre che da un lato e dall’altro della barricata ci sono persone estremamente simili, che provano gli stessi sentimenti. In questo senso è davvero splendida la parte in cui la banda del Sordo viene circondata sulla collina e alla fine gli uomini di entrambe le parti, in momenti diversi, recitano il Salve Regina. Insomma, tema splendido e portato avanti bene fino alla fine.
Le cose che non mi erano piaciute erano altre. Ad esempio il dialogo: che bisogno c’era di usare l’inglese antico per rappresentare il linguaggio dei guerriglieri? A mio avviso rendeva soltanto più difficile e lenta la lettura, senza aggiungere nulla. Pomposo e basta. Non solo, la parte iniziale sembra non finire mai, non si arriva mai all’azione. E certe scene le avrebbe potute tagliare tranquillamente in blocco senza far perdere nulla al lettore. Ad esempio il bel racconto di Pilar e del suo ex torero: bello, sì, ma ai fini del romanzo non serviva a nulla, tanto valeva tenerlo da parte per un racconto breve. Se Hemingway ci avesse risparmiato 150 pagine ci avrebbe reso tutti più felici. E poi i cambi di punti di vista… Hemingway aspetta oltre 150 pagine per fare il primo, col risultato che ci si perde, e ci si chiede perché l’abbia fatto. E poi la storia d’amore non ti lascia assolutamente nulla: sono arrivata alla fine che se il protagonista e Maria riuscivano a vivere insieme felici e contenti oppure no, non me ne importava un bel niente. Molto più bello seguire le vicende di Andrés sperando che alla fine sarebbe riuscito davvero a consegnare il suo dispaccio malgrado i mille ostacoli. Ecco, questo è l’ultimo elemento di questo romanzo che non mi ha convinto: l’empatia. Ne ho provata di più per personaggi secondari come Andrés o Anselmo o anche Fernando, che non per i protagonisti. Ed è per questo che il finale mi ha lasciata un po’ indifferente.
Franny e Zooey, dell’autore del Giovane Holden, è una sorta di manuale della caratterizzazione dei personaggi e dell’utilizzo particolare del dialogo. Definito da alcuni un romanzo Zen, a causa della sua costruzione, è diviso in una prima parte in cui il punto di vista è focalizzato su Franny Glass, e in una seconda, più lunga, concentrata sul fratello Zooey.
Un romanzo “senza trama”, in cui gli sforzi creativi di Salinger si riversano sul tema e sulla caratterizzazione dei personaggi attraverso il loro confronto. Così Zooey, insofferente con la madre invadente, è pieno di affetto fraterno per la sorella Franny, mentre cerca di aiutarla a uscire dalla sua crisi esistenziale.
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BUONA PASQUA A TUTTI!
In quella seconda metà del Novecento che dopo lo shock della seconda guerra mondiale è rimasta a chiedersi il perchè del Male, c’è stato un fiorire di opere legate alle Scritture, e in particolare ai personaggi del Nuovo Testamento. Tra queste meritano sicuramente una citazione Il vangelo secondo Gesù Cristo di Saramago, Barabba, dello svedese Lagerkvist, ma anche Jesus Christ Superstar, scritto da Tim Rice e musicato da Andrew Lloyd Webber. L’elemento che accomuna queste opere così diverse tra loro è uno: la centralità del destino, l’impossibilità che hanno avuto alcuni personaggi di opporsi a un piano più grande, magari finendo per essere dannati per sempre, come Barabba o Giuda Iscariota, la cui figura è stata ampiamente reinterpretata da Rice.
Le scelte riguardanti il narratore sono fondamentali in qualsiasi romanzo. Oltre alla scelta indispensabile tra narrazione in prima persona o in terza, esiste un ulteriore aspetto da vagliare: che conoscenza ha il narratore rispetto al lettore? Si tratta di un essere onnisciente, che quindi sa già come andrà a finire la storia, oppure lo scrittore racconta gli accadimenti momento per momento, senza lasciare trasparire nulla più del dovuto al lettore? Nel Deserto dei Tartari il narratore è sicuramente un essere onnisciente. In ogni parola si percepisce che il destino del tenente Drogo, protagonista del romanzo, è già segnato. Drogo dunque non fa altro che seguire un tracciato che è stato già delineato per lui. Ma Buzzati in realtà supera questo aspetto e va oltre, accentuando il ruolo di complicità tra lettore e scrittore.
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Nei ranghi della letteratura merita un posto non meno importante del resto quella dedicata ai bambini. La qualità di alcune opere le rende infatti meritevoli di essere apprezzate a più livelli e da più lettori, bambini e adulti. Allo stesso tempo la letteratura destinata (soprattutto) ai più piccoli ha il merito non da poco di far amare anche ai più giovani la lettura. All’interno della letteratura per l’infanzia merita sicuramente una menzione speciale a poesia del polacco Julian Tuwim (1894-1953) dal titolo Lokomotywa (Locomotiva).
In questi versi Tuwim mostra tutto il suo amore per parole, suffissi, prefissi, radici di parole, le onomatopee, il ritmo. Del resto tra le sue passioni non molto nascoste c’era un rapporto quasi maniacale con i vari dizionari, creando anche rime tra polacco e latino riprendendo la tradizione della letteratura diffusa in Polonia durante il barocco.
Quale sia la fonte da cui attinge il genio non è dato sapere. Eppure al tempo stesso affascina il modo in cui certe idee, e certe opere, nascano da contesti strani, o dalle ceneri di progetti destinati al contrario al totale anonimato. Il Bolero di Ravel nacque ad esempio dopo che la ballerina Ida Rubinstein aveva commissionato al compositore un balletto che avrebbe dovuto orchestrare da un’opera di Albéniz. Una disputa sui diritti d’autore spinse invece Ravel, in quel periodo in vacanza presso i natii Paesi Baschi, a scrivere un balletto completamente nuovo, rispondente ai canoni del bolero, la danza spagnola che si diffuse nella seconda metà del Settecento.
Un pezzo nato come balletto, dunque, ma che poi ha goduto di una fama immensa come opera concertistica in virtù, magari, proprio di quel suo pregio coreografico, di un pezzo nel quale pian piano tutti gli strumenti vengono coinvolti prima singolarmente e poi come gruppi strumentali combinati tra loro fino a coinvolgere l’orchestra intera.
Chi di noi non si è trovato da piccolo a guardare le nuvole cercando di riconoscere in esse una qualche forma? Allo stesso modo, da sempre gli artisti si sono interessati alle nuvole, rappresentandole secondo i canoni dell’epoca o stilizzandole in base al proprio stile. Così, come sostenne Ruskin, “il pittore medievale non dipingeva mai una nuvola se non per posizionarci sopra un qualche angelo…” (1) e simili esempi si trovano anche nella storia dell’arte più vicina a noi. Si tratta di rappresentazioni di nuvole che sono tutto fuorché soffici, nuvole come tappeti volanti sui quali si spostano angeli e figure sacre come nella Sepoltura del Conte Orgaz di El Greco, ma anche La Madonna col Bambino e i Santi del Perugino o la rappresentazione di Cristo nel Getsemani di Mantegna. Continua a leggere il mio articolo sul Pendolo… »
Composto nel 1919, Il cappello a tre punte è uno dei balletti che maggiormente ha contribuito alla fama di Manuel de Falla. In esso emergono alcuni dei tratti salienti dell’opera artistica del compositore spagnolo: dalle influenze di Ravel (con cui entrò a contatto durante la sua permanenza parigina) e l’approccio innovativo all’orchestrazione che lo collocano a pieno diritto tra i compositori più moderni dell’epoca, fino alla presenza di quegli elementi tipici del folclore spagnolo che non abbandonò mai.
In particolare, nel Cappello a tre punte inserisce il fandango, una danza spagnola dall’andamento vivace già presente nel 1887 nel Capriccio spagnolo di Rimsky-Korsakov, ma anche l’olé gaditano tipico dell’Andalusia e la seguidilla che ritroviamo invece nella Carmen di Bizet e ancora la jota, una danza vivace e briosa, solitamente accompagnata da chitarre, nacchere e altri strumenti tipici, che de Falla aveva sentito precedentemente ad Aragona.