June 2006

Giugno

di Slawka G. Scarso
Già lo sapevo che giugno sarebbe stato così.
In una città dove ogni angolo serba gelosamente un ricordo di noi due, da schiudere a tradimento al mio passaggio, i ricordi a giugno si completano del calore avvolgente di inizio estate, del sole che picchia sull’asfalto ancora brulicante di macchine, delle canzoni estive, ogni anno diverse ma sempre uguali. E degli stessi profumi caldi di quel giugno.

Ogni attimo porta con sé un’eredità che gli avvenimenti successivi hanno reso pesante, e che si traduce in un’unica frase: un anno fa a quest’ora.

Non c’è mai stato un maggio insieme, ma un giugno sì. Pieno di sorrisi sbalorditi, di quella sensazione di incredulità che capita solo quando il destino si intromette prepotentemente nella nostra vita per portare, una volta tanto, un dono sorprendentemente dolce.

I nostri sguardi, a giugno, parlavano da soli. I nostri sorrisi lo stesso.
E dicevano sempre la stessa cosa:
“Finalmente, tu.”

Ma quel giugno è passato.
Presto, spero, passerà anche questo.

Ritorno in Polonia

di Slawka G. Scarso

Stazione Termini, cuccetta fino a Vienna, prenotazione obbligatoria. I miei compagni in quel primo tratto di viaggio erano tutti giovani: Fabrizio e Guido, due romani freschi di maturità, e Wojtek, un ragazzo polacco che era venuto a Roma per imparare l’italiano.

“Io sono Slawka,” ho detto terminando il giro delle presentazioni.
“Come?” hanno risposto in coro Fabrizio e Guido mentre Wojtek accennava un sorriso di approvazione. Dopo lo shock iniziale Fabrizio ha continuato: “Di che origine è?”
Allora ho spiegato che sono metà italiana e metà polacca, ma che per motivi politici la mia famiglia polacca è quasi tutta emigrata in Inghilterra. Ho aggiunto che quella era la prima volta che andavo in Polonia.

Guido aveva lo sguardo disperato di chi si aspettava la classica origine cine-televisiva post Dallas. Senza aprire bocca ha tirato fuori i panini incartati con le pagine del vocabolario di greco che non avrebbe più usato. Meglio mangiarci sopra.

“Perché hai deciso di andare a Cracovia in treno?” mi ha chiesto Guido imbarazzato dalla reazione dell’amico.
“Con l’aereo parti, vedi qualche ora di cielo e poi sei arrivato,” ho spiegato. “Il treno invece ti dà il tempo di realizzare dove stai andando.”

Era stata proprio quella la ragione della mia scelta. Da bambina mia nonna mi aveva raccontato della Polonia che aveva dovuto lasciare a 17 anni quando l’hanno fatta salire su un treno diretto in Siberia. Non era voluta tornare nel paese in cui era cresciuta neanche dopo l’89, per non rovinarsene il ricordo. I racconti nostalgici avevano quindi sostituito le mie favole della buonanotte. Con simili premesse la paura di rimanere io stessa delusa era andata di pari passo all’impazienza di vedere la Polonia. Una preparazione graduale era indispensabile. Continue Reading »

Verrà

Verrà
il giorno in cui
solo alcune cose
mi ricorderanno
di lui.

Il cuore

di Slawka G. Scarso

Il cuore è un muscolo strano, diverso.

Il cuore non è un muscolo infrangibile, ma si può riparare. Quando si rompe qualcosa, con il tempo dicono che il dolore passa. Con il tempo e con un by-pass. Così si può evitare di passare sempre attraverso il ricordo di ciò che ce l’ha fatto rompere. Il ricordo resta nel cuore, la cicatrice nel muscolo, ma almeno con un by-pass si può aggirare l’ostacolo.

Il mio cuore in questo periodo vola basso. All’altezza del tubo di scappamento delle macchine, del carrello del supermercato, di una panchina sotto il sole. Ogni tanto incappa in un tombino. Strapiomba.

Il mio by-pass non è ancora arrivato.

Operatore Assistenziale Multifunzionale Vigilante

di Slawka G. Scarso

Girarsi i pollici non è poi così semplice come uno possa pensare. O meglio, in realtà esistono molte tecniche, molte varianti dello stesso esercizio che uno spesso trascura. Ad esempio si può invertire il verso in cui far girare i pollici. Oppure, meno banalmente, fare tre giri, fermarsi, contare fino a dieci e ricominciare. Si può contare quanti giri si fa in un minuto. O ancora, e questo è l’esercizio più difficile di tutti, si può girare un pollice solo e tenere immobile l’altro. Per riuscire a fare questo esercizio ci vogliono anni di pratica. Ma tanto il tempo non manca. La disoccupazione è anche questo.

Il sindacato dice che il lavoro è diminuito da quando ci hanno cambiato nome. Tutta questa moda per i termini “operatore ecologico” e simili, quello che in inglese viene definito politically correct language, ha fatto sì che la gente non ci assume più. Dicono che ci vuole troppo tempo a dire “operatore assistenziale multifunzionale vigilante”, e la gente ora, si sa, va sempre troppo di fretta. Figuriamoci se vuole sprecare minuti preziosi a pronunciare queste parole. Alcuni sindacalisti hanno persino proposto di utilizzare una sigla, OAMV, ma era troppo difficile da pronunciare ed il risultato è stato addirittura un crollo ulteriore.

Secondo me questo problema invece è banalmente legato all’abbassamento della natalità. Alla cosiddetta crescita zero. Se non nascono più bambini, come facciamo a lavorare? Continue Reading »

Ode a tre puntini

di Slawka G. Scarso

In fila indiana,
la terzina si insinua
dove è più comodo allo scrittore.

Tre puntini,
Abusati più di un punto esclamativo,
Licenza poetica per chi non ha sufficienti parole,
Bavaglio per chi ha paura di dire troppo.
Ossigeno per chi deve riprendere fiato,
Limbo per chi si ostina a interpretarli
Sperando che fra un punto e l’altro
Siano rimasti in sospeso i pensieri
Che vorrebbe sentirsi dedicare,

Tentando di dimenticare che
Visti di profilo,
Sono colonne portanti di un discorso,
Visti dall’alto,
Nient’altro che tre puntini…

Dicembre 2003

Tutto torna

Il piede affonda appena sulla banchina del 38 a Piazza dei Cinquecento. In cielo neppure una nuvola, nessun segno che possa indurre a pensare che abbia piovuto. Ma lo starnazzare minaccioso di stormi hitchcockiani nascosti (per così dire) tra gli alberi e l’odore acre del guano fanno rimpiangere l’ombrello lasciato a casa.

Cerco di puntare dove l’asfalto si vede ancora e, balzo dopo balzo, mi dirigo verso la stazione Termini, insieme al resto del branco di antilopi saltanti.

Varcate le grandi porte mi faccio strada in mezzo alla folla. Mi insinuo fra comitive di turisti smarriti e li sorpasso, con salti olimpionici scavalco zaini enormi che hanno attraversato l’Atlantico e già visto mezza Europa, serpeggio fra i pendolari decelerati che sanno di aver perso il treno, infine devio con uno zigzag un paio di malintenzionati che tentano di placcarmi. Il tutto nell’indispensabile apnea che segue una giornata che è stata per tutti di lavoro sudato, letteralmente.

E ci siamo. Davanti a me, e ad un centinaio di altre persone, l’enorme tabellone delle partenze. Le caselle cominciano a ruotare all’impazzata e appare un treno per Napoli – in molti collezionano le loro cose e si dirigono verso il binario 7. Nel frattempo altri viaggiatori si uniscono a noi. Per qualche minuto le caselle restano immobili. L’attesa cresce, poi di nuovo girano ed ecco che un altro gruppo, stavolta più sparuto, si allontana facendo posto ai nuovi arrivati.

Improvvisamente la voce metallica dagli altoparlanti annuncia che “il treno per Albano Laziale è in partenza dal binario 24”. Solo allora mi accorgo che in un angolo del tabellone il mio treno è già indicato. L’avevo forse rimosso? Forse il cervello aveva rifiutato di recepire quell’informazione? Possibile, perché chiunque ha preso un treno per i Castelli Romani sa che il binario 24 è ai cosiddetti “Laziali” e soprattutto sa che è così lontano che di fatto è un’altra stazione. Una succursale di Termini. Non solo, se la voce ha detto che il treno è in partenza significa che ho meno di cinque minuti per salire a bordo. Non resta che tirar fuori la divisa da donna bionica.

Scavalco qualche passante attempato. Schizzo via davanti alla polizia ferroviaria come un borseggiatore tallonato. Evito per poco una crisi alimentare quando manco un carrello con panini e bevande destinato ad un Eurostar. Finalmente arrivo davanti al deposito dei bagagli, lì dove inizia quel marciapiede che corre a perdita d’occhio fino ai “Laziali”. Catapultata in un esercizio di prospettiva, mi preparo a lanciarmi verso il punto di fuga.

Stavolta il binario è sgombro, o quasi. Biglietto da vidimare già in mano. Posizione aerodinamica. Schiena bassa. Testa in linea con le spalle. Braccia piegate, serrate lungo i fianchi. Parto.

Dopo cinquanta metri, con falcata sgraziata ma efficace, supero un paio di pendolari. Piegati su se stessi cercano di riprendere fiato. E’ inutile. Passeranno qui la notte. Sghignazzo senza pietà. Ma poco. O mancherà il fiato anche a me. L’importante è che mi vedano mentre rido di loro.

Continuo a correre. Lo sguardo è fisso sull’orologio nero appeso ad una colonna.

Altri cento metri. Annaspo. Un pugno alla milza. Un altro ancora. Ma potevo iscrivermi in palestra? Mi raggiunge un carrello snodabile pieno di bagagli e lo guardo mentre mi passa davanti. In confronto, sto correndo su un tapis-roulant. Se ne accorgono anche i due uomini arancione a bordo che ridono di me. Meschini. Tutto torna. Ma forse li hanno mandati i due pendolari piegati. Tutto torna davvero. Mi pento, ma non mi fermo. Non ora. La mia milza sarà pure un pallone, ma il punto di fuga è sempre più vicino. Il biglietto pronto da vidimare sta ormai stingendo nella mano sudata. Rallento un poco, me lo posso permettere, sono quasi arrivata, lo faccio solo per questo. Altrimenti potrei andare avanti così per ore.

Gli ultimi metri sono i più difficili. Psicologicamente, è chiaro. Mi sembra di vedere le porte che si chiudono davanti a me. Le visualizzo. Per un attimo la fantasia diventa realtà. Ma ce la faccio. Timbro il biglietto e salgo sul treno.

Riprendo fiato, con dignità. Tutti mi guardano ma so che presto il rossore acceso sulla faccia si stempererà e intanto mi siedo. Poi la voce metallica dagli altoparlanti annuncia:

“Siamo spiacenti di informare i signori viaggiatori che a causa di un guasto improvviso sulla linea per Ciampino il treno diretto ad Albano Laziale subirà un ritardo di circa 30 minuti.”

Tiro fuori un libro e comincio a leggere facendo finta di nulla. Cinque minuti dopo i due pendolari piegati, rosati e riposati si siedono davanti a me.

Slawka G. Scarso