July 2006

In Polonia non ho più molti parenti. La maggior parte della famiglia, per motivi politici, non è rientrata in Polonia alla fine della guerra, e ora vive a Londra. Un po’ per via di mio nonno e di Katyn, un po’ perché dalla parte di mia nonna non avevano più una casa visto che dopo la guerra la Polonia da cui venivano loro è passata all’Ucraina.
A Knurow però, non lontano da Gliwice, ho ancora un po’ di famiglia. Sono stata lì mercoledì, ospite di una mia cugina di 3° grado, credo, Elzbieta. Elzibieta ha 4 figli stupendi, simpaticissimi, che mi chiamavano “Ciocia” zia… !!! Oddio, nessuno mi aveva chiamato mai Ciocia (e neppure zia…).
Elzbieta mi ha portato a vedere ogni posto dove era stato mio nonno: la prima casa dove avevano abitato, quella dove si sono trasferiti successivamente, le scuole dove era andato, l’ufficio postale, la chiesa… tutto. E’ stato bellissimo, e per un viaggio in cui ho sentito tantissimo la mancanza di mio nonno - che ci ha lasciati lo scorso febbraio - credo che non potessi sperare in una conclusione migliore.
Knurow, nella sua parte vecchia, sembra un posto d’altri tempi. Le casette delle “kolonie”, costruite lì per le famiglie dei minatori - e in generale l’architettura della cittadina ti catapultano in un’atmosfera da vecchi racconti… mi sembrava quasi di vedere mio nonno che da ragazzino tornava a casa dalle vacanze, finito il collegio.
Ho chiacchierato a lungo con sua sorella Malgosia (Margherita). Un tipo vivace, sull’ottantina passata, che ci ha preparato una torta alle fragole squisita. Mi ha raccontato di quando mio nonno era ragazzino, della mia bisnonna, di tutta la famiglia. E’ strano come con la famiglia, non ti sei mai visto (io e Ciocia Malgosia ci eravamo parlate per telefono una volta nove anni fa), e comunque senti un legame.

Foto 1 la prima casa della famiglia di mio nonno a Knurow. Foto 2 la miniera di carbone.

In “pellegrinaggio” a Czestochowa

Lasciamo stare l’incidente di Katowice. Questi ultimi due-tre giorni in Polonia sono stati eccezionali. Intensi. Indimenticabili.
Martedì, visita a Czestochowa, a prendermi una bella benedizione prima del Cammino di Santiago… Czestochowa è una città luminosa, piena di positività. In netto contrasto con la realtà industriale di Katowice - sebbene lungo il tragitto in treno io abbia perso il conto delle miniere di carbone…
Il santuario di Jasna Gora è un posto così pieno di spiritualità e di emozioni che dopo averlo visitato non è difficile capire come mai vengono in pellegrinaggio qui da ogni parte della Polonia (e non solo). Cercherò di parlarne in poche righe pur sapendo che se è già difficile parlare di queste cose, figuriamoci quando si cerca di sintetizzare delle emozioni così particolari…

Come già altre volte (a Loreto, a Lourdes…) ho vissuto dei momenti che difficilmente dimenticherò. A Loreto, in un periodo in cui mi ero allontanata, in un periodo di scetticismo, mi sono riavvicinata senza neppure sforzarmi di farlo, tanto era forte il senso di spiritualità, e la forza delle preghiere fatte prima di me nella cappella della Madonna. Una spiritualità quasi palpabile.
A Lourdes è stato diverso. Mi ricoderò di Lourdes forse perché, come è accaduto a tante altre persone, lì ho avuto una vera e propria ispirazione, riuscendo a vedere davanti a me qual è il mio percorso futuro e cosa potrei fare per gli altri (non sto a dire qui cosa ho “visto”, ma ammetto che la parte difficile poi sta ovviamente nel mettere in pratica tutto questo giorno dopo giorno).
Infine, a Czestochowa, come mai prima d’ora ho lasciato le mie preghiere, affidando i miei problemi alla Madonna. “Questi sono i miei problemi, mi affido a te”. E sono uscita sentendomi davvero più leggera, il che di certo aiuterà lungo il Cammino di Santiago!

News da Katowice

Ieri mattina ho lasciato Cracovia alla volta di Katowice, nella regione della Silesia. Prime impressioni assolutamente orribili, considerato il fatto che poco ci mancava che venivo picchiata da un ubriaco a cui non bastava lo spazio che gli avevo lasciato lungo il corridoio del treno. Mi e’ venuto addosso cominciando a gridare cose che non capivo, ad eccezione di una singola parola, che si pronuncia curva ma qui si scrive in un altro modo, e soprattutto vuol dire tr… Mi ha salvato un ragazzo della mia eta’, anche lui ubriaco - girava con una bottiglia di estate’ contenente birra - che gli ha detto che non ero di queste parti. L’ubriaco numero uno se ne e’ andato via strattonando tutti gli altri che trovava lungo il passaggio. Erano le 11 del mattino. Hanno seguito: ricerca di un ufficio informazioni turistiche (inesistente); acquisto di mappa di Katowice; cammino di lunghezza accettabile alla ricerca dell’ostello (gia’ prenotato); richiesta inizialmente senza successo di informazioni. Qui NESSUNO sembrava conoscere l’inglese, ne’ tanto meno sapere che cosa e’ un youth hostel… e dire che il schronisko (pare che cosi’ si dica in polacco) fa parte dell’organizzazione internazionale degli ostelli. E dulcis in fundo, una volta arrivata all’ostello c’e’ stato il fatidico incontro con la pazzoide nostalgica dei tempi del soviet… ma di questo parlero’ nei prossimi giorni perche’ ora mi sta scadendo il tempo nell’internet cafe’. PS le altre persone incontrate a Katowice, erano tutte carinissime e disponibili.

Gita lungo il Dunajec

Oggi gita lungo il Dunajec, il fiume che in molti punti segna il confine tra Polonia e Repubblica Slovacca (i bagnanti nella foto sono slovacchi a proposito). La gita sulle vecchie zattere di legno dura un po’ più di 2 ore, e anche se l’avevo già fatta valeva davvero la pena ripeterla: i paesaggi sono splendidi.

Rispetto all’altra volta in cui ho fatto la stessa gita, siamo andati anche a visitare una piccola chiesa del 15° secolo, a Debno (si pronuncia Dembno). E’ la chiesa parrocchiale di un paesino che ha più cicogne (vedi foto) che abitanti (appena 700). Un posto da togliere il fiato, con legno colorato sui soffitti secondo la tradizione gotica e un polittico raffigurante tra gli altri la Madonna e San Michele Arcangelo. Purtroppo era vietato fare foto all’interno, ma vedrò di scansionare le cartoline che ho comprato lì.

Esame più cugina

L’esame è andato bene, almeno credo. Tutto sommato le cose le sapevo fare, quindi salvo qualche immancabile errore di distrazione, ma soprattutto di spelling, dovrebbe essere andato bene. Vai a sapere poi perchè mi pongo il problema…

Oggi pomeriggio mi sono vista con una lontanissima cugina di qui: è la nipote del fratello di mio nonno. Ci siamo incontrate come fanno tutti qui a Cracovia, sotto il monumento di Adam Mickiewicz (Adamczek vedi foto) e abbiamo camminato per ore e ore e ore fermandoci ogni tanto a prendere una cosa da bere o da mangiare.
6 ore sempre insieme per due persone che non si sono mai viste prima… rischiosissimo ma… ci siamo troppo divertite. E’ strano come certe volte si crei una sintonia immediata anche tra due persone che si sono sentite appena un paio di volte via email. Inutile dire che abbiamo parlato tutto il tempo in polacco… quindi dovrei pensare che sono già pronta per l’esame orale di domani, o no?

Beh, ora scappo, ho i piedi che sembrano due zattere dopo tutto questo cammino senza scarpe comode…

Esame in arrivo

Oggi giusto una tappa al museo di Stanislaw Wispianski, e poi di nuovo a lezione… e ora, che sono le 20,32, mi aspetta un bel po’ di studio: domani c’è l’esame scritto finale!
Quello orale, almeno il mio esame personale, l’ho passato poco fa: ho parlato in polacco con una cugina mai sentita prima e ci siamo messe d’accordo per la settimana prossima, quando finito il corso andrò a trovare parte della famiglia polacca (dal lato di mio nonno).

Evviva!

Ma cosa mi prende?

Che strano periodo questo. La mia seconda esperienza polacca si sta rivelando completamente diversa da quella passata. Ero venuta senza tutti quei sogni romantici che mi avevano accompagnato lungo il viaggio per Cracovia 9 anni fa, ma forse questa esperienza si sta rivelando ancora più intensa, emotivamente.
Non c’è giorno in cui non capiti una piccola cosa, non veda un piccolo particolare, non ascolti una parola o un suono, che mi commuova alle lacrime. Durante la gita sui monti Tatra, passando accanto ai piccoli paesini della Polonia rurale. Oppure al concerto per pianoforte a cui ho assistito ieri sera ( finendo in lacrime sulla Polonaise n.53 di Chopin). O ancora quando ci siamo messi a cantare alcuni canti tradizionali a lezione. O ancora quando ieri, durante la lezione di letteratura la professoressa ha fatto girare un opuscolo illegale (all’epoca in cui era stato stampato) che parlava di Katyn.

La storia di Katyn è controversa e sconosciuta ai più per motivi molto semplici: per 50 anni i russi hanno negato di avere nulla a che fare con Katyn, dicendo che era tutta colpa dei tedeschi. Nel 1940, in una zona che ora se non erro dovrebbe essere Bielorussia, l’esercito russo ha ucciso alcune migliaia di polacchi, rappresentanti dell’intelligentia polacca. Un genocidio per mano russa fatto con l’intenzione di eliminare la classe dirigente polacca e quindi annichilire la nazione polacca. Qui sono morti il mio bisnonno, padre di mia nonna, e anche altri parenti di mia nonna. Qui sarebbe dovuto morire anche mio nonno ma miracolosamente ha fatto parte di quei 120 appena che si sono salvati.
Per 50 anni i russi hanno detto che erano stati i tedeschi, i colpevoli di Katyn. Durante questo massacro avevano infatti utilizzato armi tedesche acquistate tempo prima - durante un periodo di alleanza tra i due paesi - e sulla base di queste armi avevano continuato a dire che erano stati i tedeschi.
In Polonia, ai tempi del regime sovietico, Katyn non si poteva neppure menzionare, così pubblicazioni come quella che mi è passata tra le mani ieri erano pericolosamente illegali. E mio nonno, in quanto testimone oculare, era un “personaggio scomodo”. Per questo, dopo la guerra, sarà venuto in Polonia giusto un paio di volte, non di più.

Ora mio nonno non c’è più, e in ogni luogo, qui, sento una nostalgia assurda. Vedo posti che lui magari non ha neppure visto, o dove comunque non è passato per decenni e decenni e decenni, eppure tutto qui mi sembra carico di questa mancanza. Non so proprio come spiegarlo.

Nella foto un’immagina scattata durante l’intervallo del concerto dell’altra sera.

Visita al museo dell’arte del XX secolo

Oggi pomeriggio sono andata al museo di arte contemporanea polacca (una mezzoretta di cammino dal dormitorio studentesco). Un museo davvero bello con alcune opere particolarmente toccanti (come la Marcia Funebre-Marsz Zalobny di Podkowinski, un’opera del 1894 o la Testa di ragazzo/Glowa chlopca di Gwodeczki, incredibilmente inquietante) e altre che mi hanno invece disturbato (quelle di Katarzyna Kozyra e Marta Deskar che erano semplicemente inquitanti e scomode senza essere attraenti). Mi ha impressionato la sezione dedicata alla Scuola di Cracovia (qui c’è un’importante Accademia delle Belle Arti). Le opere risalivano in grossa parte agli anni Settanta e mi ha impressionato il modo in cui sembrava esserci una certa omologazione a tanta parte dell’arte “occidentale” che si vede tuttora. Un senso di provocazione tout-cour, senza avere grossi contenuti da trasmettere. Non riuscivo a capire questa similarità al peggio dell’occidente quando erano ancora gli anni ‘70, e al tempo stesso questa mancanza di contenuti in un paese che all’epoca ne avrebbe avute di cose da denunciare… Rimarrò con questo dubbio da spiegare fino al mio ritorno a Roma probabilmente, rincuorata dal fatto che la seconda parte della stessa sala raccoglieva invece opere dello stesso periodo ma evidentemente più dense di significati (Danuta Urbanowicz era la mia preferita tra quelli).

Delle abitudini in bagno

Questo post potrà, per alcuni, sembrare orrendo.
Anni fa, quando ai tempi dell’Erasmus, in Olanda, nel bagno del dormitorio studentesco mi sono trovata di fronte a un cartello con su scritto, in inglese, “Please use the toilet brush, it is there for a reason”, mi era venuto da ridere e da arrossire al tempo stesso. Ma serviva proprio scriverlo?

Quasi 8 anni dopo, mi sono trovata a lasciare un post it nel bagno della camera e delle altre (in tutto siamo in 4 a condividere il bagno), un post it con scritto “Please use the toilet brush!!!”. E ora dico: “sì, certe volte, è davvero indispensabile”.
Considerando che non ero io il problema quella volta, e neppure questa - per fortuna la mamma mi ha spiegato da tempo a cosa serve lo spazzolone!!! - è giusto chiedersi quale possa essere l’elemento comune tra le due esperienze, così distaccate nel tempo e nello spazio.

Risposta all’arcano: in entrambi i casi il 50% della popolazione era statunitense. Papale papale.
Ora mi chiedo, sapranno almeno leggere?!?!?!???

PS a scanso di equivoci, c’è pure una canadese…

Neppure un viaggio attorno al mondo

Da lontano posso sentirti
Senza temere che anche
Solo le parole su uno schermo
Mi facciano rimpiangere
Quello che immaginavo ci fosse tra noi.

Sarà così anche quando tornerò?
Riusciranno poche settimane di distanza
A far perdere di significato una canzone,
Un profumo?

Quanti luoghi dovrò vedere?
Quante immagini dovrà immagazzinare
La mia memoria? Quanti profumi?
Quante voci ancora, prima che io smetta
Di sentire la tua tra mille?

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