February 2007
Monthly Archive
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Il bello di Vancouver è che ci sono mare e montagna praticamente alla stessa irrisoria distanza dalla città. Così mentre tuonano le navi lungo la baia, chiamandosi l’un l’altra, poco più di stante, la pista di Gross Mountain è illuminata a giorno, e sembra quasi di toccarla con le mani in questa notte gelida. Dalla gigantesca finestra che prende tutta la parete della stanza vedo questo. Di giorno il mare non si sente solo, si vede pure: una piccola striscia nascosta dietro gli alberi scarni e rossicci.
Il jet lag ancora ha il suo effetto ma tutto sommato sto decisamente meglio. Domani incomincio il corso ma ho approfittato della domenica per andare a vedere un museo e fare pure un salto in chiesa.
La chiesa di St. Paul’s è piccola, nascosta dietro tanti mendicanti (qui a Vancouver ce n’è un numero impressionante). Era una di quelle chiesette tutte fatte di legno, col tetto spiovente altissimo, e per il resto delle decorazioni alquanto scarne. Il sacerdote era un po’ difficile da seguire - un fatto più di vecchiaia che di difficoltà della lingua. Per il resto tutto come in Italia, inclusa la prevalenza totale di anziani. Arrivata al Padre Nostro mi sono trovata in una di quelle catene umane da cui rifuggo sempre, possibilmente con qualche risata soffocata e imbarazzata scambiata con mio fratello. Ma lì che potevo fare? Alla fine però mi hanno conquistato, e ho capito che davvero era una messa tutta diversa rispetto a quelle nostre. Innanzitutto perchè uno dei membri del coro ha chiesto a tutti chi aveva avuto il compleanno in questi giorni, e poi abbiamo cantato Happy Birthday to you tutti insieme a una tale signora Coreen. Ha invitato tutti a prendere una tazza di caffé e una fetta di torta in sacrestia, ma prima di chiudere fatto un’ultima domanda.
“Ci sono persone che partecipano alla nostra messa per la prima volta?”
Non potevo nascondermi: i fedeli erano una ventina, ovviamente si conoscevano tutti. La domanda era riferita a me e nessun altro.
Ho alzato timidamente la mano. “Posso chiederle da dove?” mi ha chiesto davanti a tutti. “Roma” ho risposto io. Un “Oohh” si è diffuso in tutta la chiesa in men che non si dica, quasi fossero stati 200, e poi è partito l’applauso. Ho sorriso ringraziando.
Mentre uscivo ancora incrociavo gente che mi chiedeva: “Ma davvero sei di Roma?”.
Vale sospiri
Il lungo avvenire
Dinanzi a sé.
Un altro Sorso di Haiku che vuole fare un’istantanea sulle potenzialità di invecchiamento di questo vino dalla forte componente polifenolica e dalla grande freschezza. La degustazione prende parte alla quarta edizione del Vino dei Blogger.
Per una nonna, il benvenuto è un fatto di qualità e di quantità insieme. Dalla sua cucina, appena entri, si diffonde il profumo di intingoli e brasati succulenti, di sughi densi riversati su una pasta spessa, gialla di uovo. E i toni delle spezie – un pizzico di cannella, qualche bacca di ginepro - diffusi in ogni dove, fanno capire che quegli intingoli sono in preparazione da giorni. La lenta alchimia del benvenuto.
Così ti siedi a tavola e ti trovi a fare da giocoliere, maneggiando piatti stracolmi di cibo fumante che ti vengono porsi a due a due. Cominci a prendere una cucchiaiata abbondante di ogni cosa, per dare soddisfazione alla cuoca ma soprattutto a te, finché non riempi il piatto. E i fumi delle pietanze e i profumi intensi del cibo ti offuscano i pensieri, e torni indietro a un tempo che non era tuo, in cui il cibo era tutto così. Genuino. Deliziosamente innocuo.
Poi pensi alla tessera della palestra mai usata ed è allora che noti il poco cibo sul piatto della nonna.
“Ma non mangi?” chiedi tu.
“Non ti preoccupare – ho preparato tutto per te. Io sono a dieta – colesterolo, diabete, ce li ho tutti.”
Lo sguardo corre all’arrosto di manzo, alle polpette, alle fettuccine avanzate, ai cinque contorni di cui quattro fritti… Alle torte disposte sulla credenza. Troppo cibo già per due, figuriamoci per una persona sola. Appoggi una mano sulla tasca destra. Il piccolo bozzo ti rassicura e ti viene voglia di accarezzarlo.
“Mai accettare caramelle dagli sconosciuti,” diceva la mamma. “E mai andare dalla nonna senza una bustina di bicarbonato.”
Questo racconto partecipa all’iniziativa di BellamiRacconti di questo mese
Può un tavolo da falegname giocattolo far superare una crisi esistenziale? È quanto ci si chiede leggendo il libro di Erlend Loe, rivelazione della letteratura norvegese, che affronta il tema della crisi di identità di un giovane studente universitario che di fatto si comporta come un adolescente. Il flusso di coscienza del protagonista all’inizio appare sincopato. Una successione continua di frasi brevi o brevissime dà il senso dello stordimento mentale del protagonista, che arrivato al suo venticinquesimo compleanno decide di mollare tutto, università inclusa, e si trasferisce a casa di suo fratello, che sta fuori per lavoro - il protagonista non si ricorda bene dove.
Lentamente, il ritmo del flusso di coscienza diventa più posato, seguendo lo scandire più lento del tempo, segnato da un pallone fatto rimbalzare sera dopo sera contro il muro del cortile, o dal martellare sui chiodi del tavolo da falegname giocattolo. Un tavolo che basta rigirare da una parte all’altra per ricominciare il gioco da capo, come una clessidra che continua a misurare il tempo capovolgendola ogni volta che la sabbia finisce.
Così i giochi dei bambini hanno un effetto anestetico sui pensieri del protagonista, e lo stesso vale per gli elenchi, delle cose belle, delle cose che appassionano e così via, che riescono lentamente a dare un senso di razionalità all’irrazionalità dei pensieri. E in questo viaggio esistenziale della durata d un paio di mesi compaiono personaggi vicini e lontani, da Borre, il bambino affascinato dalla bicicletta rossa del protagonista, all’amico buono Kim, che solo su un’isoletta al nord della Norvegia mantiene i contatti con il mondo reale via fax. Un romanzo che parte dall’esistenzialismo scandinavo (pur se questo è tipicamente svedese) per arrivare a un senso di pace e di tranquillità. Perché alla fine tutto andrà bene.
Riferimenti bibliografici
Pubblicato su Il Pendolo
L’altra sera ero a Taranto, culmine di un mini viaggio di lavoro. La stanza d’albergo era arredata in stile anni ‘60 più che per una scelta di design, per una mancanza di restauro negli ultimi quarant’anni. Questo è bastato per farmi lasciare le cose in camera e affrontare una tempesta di vento pur di uscire di là. Dopo tre giorni nel niente più assoluto ero di nuovo indipendente, totalmente in possesso della mia vita. Dovevo approfittarne.
Ho chiesto alla reception dov’era la libreria più vicina e mi sono incamminata nella direzione indicata, lungo un corso luccicante di negozi, brulicante di giovani con pacchettini incartati, sovrabbondanti di cuori. Pochi minuti e sono entrata nella libreria Mandese, una di quelle librerie storiche che riescono a lavorare ancora bene, anche se non fanno parte di una catena. Mentre ero lì un signore, un qualche ufficiale della Marina, credo, ha chiesto al titolare da quanto tempo era lì. A quanto pare più di quarant’anni. Tanti sì, e il bello è che la libreria c’è anche da prima, dagli anni ‘30. E’ entrato poi un ragazzo. Aveva pubblicato il libro e voleva organizzare una presentazione. Mi aspettavo di sentire qualche frase evasiva, e invece il titolare gli ha detto di tornare non appena sarà pronto il libro, così gli daranno un’occhiata e decideranno di conseguenza. E poi c’era parecchia altra gente per fare regali, altra a guardare soltanto, altra a ordinare libri di scuola. E tutti sembravano felici di fare un salto in quella bella libreria.
Una di quelle librerie dove ti va di entrare, ti va di passare un bel po’ di tempo a scegliere un libro - nel mio caso ho scelto questo. Una di quelle librerie dove finisci per metterti a chiacchierare con il titolare, che ti racconta un po’ di sé, e tu un po’ di te. E alla fine della chiacchierata magari si mette pure a tua disposione, qualora avessi bisogno di qualcosa durante la permanenza a Taranto. Se passate da quelle parti, fateci un salto, ne vale davvero la pena!
Libreria Mandese
Via D’Aquino, 142 - Taranto
Le loro sagome, nella sala illuminata per esaltare solo le opere d’arte alle pareti, si stagliavano decise. Otto paia di piedi ben puntati a terra, le gambe divaricate quanto bastava per dimostrare la fondatezza delle loro opinioni. I gomiti perfettamente perpendicolari al pavimento svelavano le braccia conserte e la chiusura delle loro idee. Un certo inarcarsi delle spalle dell’uomo sulla destra sembrava richiamare un probabile e molto più pronunciato inarcarsi delle sopracciglia mentre continuava a riflettere sull’essenza di quell’opera.
Poco dietro, seduto su una panca abbastanza morbida per dare l’illusione di un’oasi di riposo, ma troppo poco confortevole per indurre a sostarvi più del dovuto, un altro uomo osservava il gruppo. Un ragazzino accanto a lui aveva un blocco da disegno sulle ginocchia e un carboncino in mano. Nessuno di loro parlava. Nessuno di loro riusciva a vedere l’opera.
Dal gruppo di esperti si distaccò una donna bruna, con un caschetto altezza mento. Subito il gruppo si serrò attorno a lei, riempiendo il vuoto che aveva lasciato. Dando le spalle all’opera la donna bruna iniziò a spiegarla al resto del gruppo.
“Molteplici, sono le interpretazioni date a quest’opera d’arte. Secondo taluni studiosi, questo quadro che ha rivoluzionato il concetto di arte così come era conosciuto fino alla sua realizzazione, rappresenta il vuoto interiore dell’artista, un uomo assai schivo della vita sociale. Esiste poi un secondo filone di pensiero secondo cui l’opera rappresenta la mancanza di significato che ha l’arte contemporanea. Un vuoto pertanto che si estende dall’artista a tutta la società creativa…” Continue Reading »