January 2008

Il piacere di farli soffrire

Non c’entra nulla il fatto che ho appena finito di leggere Bukowski. Quel che c’è oggi di cinismo in me c’è sempre stato, probabilmente dal primo giorno di asilo inglese con la direttrice che si scolava whisky alle unidici di mattina - ma i miei, tra i pochi che pagavano la retta altissima visto che tutti gli altri bimbi erano figli di dipendenti della FAO rimborsati al 100%, l’hanno scoperto solo dopo…

Insomma, il cinismo fa parte di me, e al tempo stesso sono un’ambasciatrice del non fare agli altri quello che non vorresti facessero a te. E siccome in amore ho preso batoste a destra e a manca, non faccio nulla per non darne neppure io. Però c’è una categoria di uomini scassa-scatole che mi piace veder soffrire. Sono quelli che dopo una cena insieme solo perchè tu ti sei comportata in maniera educata, perchè così ti ha insegnato la mamma, già si fanno i filmini mentali. E ti bombardano di sms e se non rispondi entro due ore te ne mandano un altro, e un altro ancora. E tu sei sicura di non averli illusi perchè onestamente non ti piacciono neppure lontanamente, di fisico e ancor più di testa. Quelli che per te rappresentano l’appuntamento insignificante e assolutamente immemorabile che per giunta non sapevi fosse un appuntamento. Però, dannata educazione, tu hai sorriso! E loro con chi escono di solito che invece dicono di essere stati bene?
Sono quelli che ti dicono “usciamo come amici” e tu sai benissimo che non è così. Quelli che ti dicono che gli interessi come persona ma poi neppure ascoltano quello che dici. Allora poi cerchi una via d’uscita e quando dici “ok, amici sì, ma niente più” fanno la scenata isterica risentita che in confronto la più acida delle donne è stucchevolmente dolce e magari ci scappa pure un paio di insulti e tu pensi: ma chi cazzo sei? ma ti sei visto in faccia? ma ti sei sentito parlare?

Il fatto è che noi donne commettiamo un unico errore: pensiamo che se ci comportiamo come gli uomini, loro capiranno. Pensiamo che se diciamo “in questo periodo preferisco restare da sola”, loro conosceranno la traduzione in “non voglio stare con te”, perchè l’hanno già usata. E invece no. Non la capiscono. E così dovremmo finalmente imparare a dire in tutta franchezza: “mi dispiace, ma non sei il mio tipo. Uscirei con chiunque tranne che con te.”

Almeno se ci insulteranno ce lo meriteremo. E intanto ci godremo il piacere di farli soffrire.

Il gelo dopo la pioggia

Sul sentiero compatto e nero
Il passo non riesce a scalfire
Le orme scolpite nel fango
Fissate dal ghiaccio.

Luccicano, ai lati,
Gli scheletri cristallizzati
Delle foglie cadute.

Bellezza destinata a scomparire
Squarciata dai raggi piatti
Del sole invernale.

Durante il tuo silenzio

Questa non l’ho scritta esattamente ieri, quindi nessuno si preoccupi. Sto bene

Nelle operazioni quotidiane,
Le più banali, affogo
I miei pensieri
Che si ribellano
Si dimenano
E poi tutto d’un tratto
S’irrigidiscono, affondano.

E arriva la mia pace.

Ma quando pure il sole affoga
Nel mare davanti al mio davanzale
Quando tutto si rilassa,
I pensieri riemergono
Si scrollano di dosso l’acqua
E veloci mi si lanciano contro

Mentre fisso
La metà vuota
Di questo letto.

La danza folcloristica nel “Cappello a tre punte” di Manuel de Falla

Danza folcloristicaComposto nel 1919, Il cappello a tre punte è uno dei balletti che maggiormente ha contribuito alla fama di Manuel de Falla. In esso emergono alcuni dei tratti salienti dell’opera artistica del compositore spagnolo: dalle influenze di Ravel (con cui entrò a contatto durante la sua permanenza parigina) e l’approccio innovativo all’orchestrazione che lo collocano a pieno diritto tra i compositori più moderni dell’epoca, fino alla presenza di quegli elementi tipici del folclore spagnolo che non abbandonò mai.
In particolare, nel Cappello a tre punte inserisce il fandango, una danza spagnola dall’andamento vivace già presente nel 1887 nel Capriccio spagnolo di Rimsky-Korsakov, ma anche l’olé gaditano tipico dell’Andalusia e la seguidilla che ritroviamo invece nella Carmen di Bizet e ancora la jota, una danza vivace e briosa, solitamente accompagnata da chitarre, nacchere e altri strumenti tipici, che de Falla aveva sentito precedentemente ad Aragona.

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Fine di una storia

Ho usato la nostra canzone,
Per capire tutto quello che
Tra noi non andava bene.

Variazioni sulla poesia dallo stesso titolo di Stefano Benni

La ricompensa

di Slawka G. Scarso

Quando ero ragazzino l’estate andavamo a nuotare con gli amici al torrente, nell’unico tratto dove si formava una spiaggia. Occorreva passare attraverso una vigna, correndo senza farsi vedere, e poi superare un canneto. Solo noi che eravamo ancora piccoli riuscivamo a passare senza lasciare tracce in quel vigneto più curato delle piante di frutti di bosco e del roseto che circondavano la casa.
A volte, mentre ci asciugavamo al sole, spiavamo attraverso le canne il proprietario, il signor Smeraglio. Era un uomo riservato ma gentile di modi. Facoltoso, ma non uno da sperperare la sua ricchezza. Aveva solo due grandi amori: la vigna e un orologio da taschino attaccato ai pantaloni con una catenina d’oro. Tutto concentrato, le mani dietro la schiena, seguiva il lavoro di potatura estiva dei braccianti.
“Quel grappolo, toglilo. Non serve,” indicava a uno.
“Ma è uno spreco…” tentava di commentare il nuovo arrivato. Chi lavorava lì già da tempo sapeva che c’era poco da obiettare e lasciava cadere a terra grappoli e grappoli che non sarebbero mai maturati.
Spesso andavamo alla spiaggia anche in autunno, finita la stagione dei bagni. Guardavamo i grandi vendemmiare, raccogliere i grappoli uno a uno, adagiarli nelle cassette. Sognavamo di andare a lavorare lì anche noi, un giorno. Certo, la vendemmia da Smeraglio richiedeva attenzioni particolari ma era quello che pagava più di tutti in zona.
In paese nessuno aveva mai assaggiato quel vino. Era troppo costoso per una famiglia comune. Lo compravano solo i ricchi, in città, e gli stranieri. Ogni anno tuttavia Smeraglio premiava il più bravo dei braccianti con una bottiglia. Nessuno l’aveva ancora aperta e il mito nel frattempo era cresciuto ulteriormente.
Un giorno, un’estate, scese verso la spiaggia. Impauriti ci andammo a nascondere in mezzo alle canne. Continue Reading »

Storie di nuvole

Affacciata alla finestra,
All’ora del crepuscolo
Sopra una striscia di cielo
Ancora rosso fuoco
Ho visto un cucciolo di lupo,
Nero nero, alzarsi su due zampe,
E un enorme serpente
Con le fauci spalancate
Andargli incontro.
Una trama che vento e acqua
Hanno creato e dissolto
Appena prima del tragico epilogo.

Ha smesso di ondeggiare

Nell’attesa cammino e
Nel movimento il cuore finalmente
Al resto del corpo s’aggrappa:
Ha smesso di ondeggiare,
Da gambe e da braccia
Si lascia guidare.
Sta lì, dove deve stare.

Ha smesso di ondeggiare
Tra il passato e il futuro
Perchè c’è solo presente nel camminare
E per il mio cuore insonne
Arriva almeno un attimo di ristoro.