February 2008
Monthly Archive
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Avvicinando all’orecchio
L’antica conchiglia
Suono del tempo
Quale sia la fonte da cui attinge il genio non è dato sapere. Eppure al tempo stesso affascina il modo in cui certe idee, e certe opere, nascano da contesti strani, o dalle ceneri di progetti destinati al contrario al totale anonimato. Il Bolero di Ravel nacque ad esempio dopo che la ballerina Ida Rubinstein aveva commissionato al compositore un balletto che avrebbe dovuto orchestrare da un’opera di Albéniz. Una disputa sui diritti d’autore spinse invece Ravel, in quel periodo in vacanza presso i natii Paesi Baschi, a scrivere un balletto completamente nuovo, rispondente ai canoni del bolero, la danza spagnola che si diffuse nella seconda metà del Settecento.
Un pezzo nato come balletto, dunque, ma che poi ha goduto di una fama immensa come opera concertistica in virtù, magari, proprio di quel suo pregio coreografico, di un pezzo nel quale pian piano tutti gli strumenti vengono coinvolti prima singolarmente e poi come gruppi strumentali combinati tra loro fino a coinvolgere l’orchestra intera.
A Roma c’è una libreria-caffetteria che ormai è un’istituzione. Se leggi libri, se mangi, non puoi non conoscerla. Hanno un ricco panorama di eventi, un brunch che come assortimento di piatti non è niente male ma… Beh, c’è sempre un ma, no?
Proprio ieri sono stata con un gruppo di aNobiiani per organizzare un gruppo di lettura all’ora del brunch. I tavoli scarseggiavano e ci hanno detto che se volevamo pranzare avremmo avuto un tavolo fino alle 14 (erano passate le 13). Abbiamo accettato solo per trovarci in una situazione a dir poco sgradevole. Il personale era sgarbato, e non solo con noi! Alle 14 ci hanno praticamente buttato fuori ma già prima avevano dato mostra della loro scarsa disponibilità verso i clienti. Alla faccia del customer care! Così a un’amica che era arrivata tardi non hanno permesso di mangiare, perchè tanto non avrebbe fatto in tempo. Al massimo le hanno dato una fetta di torta ed erano pure scocciati! E in più, quando è arrivata una coppia sulla sessantina passata da un po’ la ragazza ha detto che avrebbe preparato un tavolo - cosa dovesse fare non si sa, il tavolo sembrava pulito e ad apparecchiare pensavano i clienti direttamente - e quando li ha trovati che nel frattempo si erano appoggiati ha quasi ringhiato dicendo “vi avevo detto che vi potevate accomodare?” e quelli, imbarazzati ma presto pure incazzati (ovviamente) “ma ci siamo solo appoggiati…”
Così da Bibli credo proprio che non tornerò per un bel po’ e mi sento di sconsigliare a tutti di andare. Ormai di librerie con caffetteria a Roma ce ne sono anche tante altre, tanto vale testare quelle.
6 comments Slawka G. Scarso | Con o senza rima, Diario di una scrittrice esordiente
di Slawka G. Scarso
Ronzano zigzagando le zanzare
Con gesti sconnessi le faccio scappare
Insonne escogito il mio piano di azione
E aspetto paziente la nuovo incursione.
L’avvisto: decisa e spavalda una si lancia
Si appresta ad atterrare sulla mia pancia
Sollevo silente il braccio sinistro
E subito schiaccio l’insetto maldestro.
Lì resta, compresso in due sole dimensioni
Presagio funesto per i soci pungiglioni.
Poesia selezionata al concorso Ridendo con la poesia e pubblicata nell’omonima antologia.
Chi di noi non si è trovato da piccolo a guardare le nuvole cercando di riconoscere in esse una qualche forma? Allo stesso modo, da sempre gli artisti si sono interessati alle nuvole, rappresentandole secondo i canoni dell’epoca o stilizzandole in base al proprio stile. Così, come sostenne Ruskin, “il pittore medievale non dipingeva mai una nuvola se non per posizionarci sopra un qualche angelo…” (1) e simili esempi si trovano anche nella storia dell’arte più vicina a noi. Si tratta di rappresentazioni di nuvole che sono tutto fuorché soffici, nuvole come tappeti volanti sui quali si spostano angeli e figure sacre come nella Sepoltura del Conte Orgaz di El Greco, ma anche La Madonna col Bambino e i Santi del Perugino o la rappresentazione di Cristo nel Getsemani di Mantegna. Continua a leggere il mio articolo sul Pendolo… »
In questi giorni sul Corriede della Sera si è parlato di nuovo della sfida di Hemingway che sosteneva che era possibile scrivere un romanzo in sei parole e che lo dimostrò con “For sale: baby shoes, never worn“. Il forum del Corriere ha aperto uno spazio apposito e pure sul mio caro aNobii c’è un thread aperto con questo tema. Ho letto tanti racconti che mi hanno colpito ma al tempo stesso mi ha colpito pure un fatto. Che c’è tanta gente che quello che ha scritto Hemingway proprio non l’ha capito. Scrivere un romanzo o un racconto in sei parole non significa scrivere una bella frase. Anche gli haiku si possono comporre di sei parole ma non sono necessariamente romanzi. Quello che manca, troppo spesso, è la trama sottintesa. Se si legge la frase di Hemingway, si pensa a un bambino che è stato concepito, che è poi nato, e che ha finito la sua vita troppo presto. Si pensa ai sogni dei genitori che hanno comprato quelle scarpette, all’evento tragico e alla soluzione. Eh già, perchè come in ogni romanzo che si rispetti, quella frase ha sottinteso la più classica delle strutture: la situazione A, capolvolta dalla situazione B, porta al tragico epilogo della vendita delle scarpette. Ma una bella frase, se non ha una trama dietro, resta solo una bella frase.
3 comments Slawka G. Scarso | Diario di una scrittrice esordiente