Un sonno meritato

Abbiamo allungato gli allenamenti per il Cammino di Santiago. Un paio di volte alla settimana io e Tessa facciamo un tratto più lungo, arriviamo quasi (ripeto, quasi) alla fine del bosco e poi indietro. Ci fermiamo a fare una pausa su una spiaggia, quello sì, ma ovviamente quando arriviamo lì io mi riposo e Tessa si lancia in acqua. Ancora non ha capito che deve approfittare di ogni occasione disponibile per riprendere le energie. Macché, lei deve nuotare. Altrimenti il lago a cosa serve?

Quando finalmente arriviamo a casa lei mangia due pasti in una volta – ed è uno dei pochi Labrador che se non ha fame non mangia. Poi dorme. Resta immobile per ore. Si gira appena. Come quando era ancora cucciola e aveva sei mesi e la portavo a fare addestramento con la protezione civile, la domenica mattina. Tra la lezione di gruppo, l’apprendimento dei comandi e lo stare in mezzo a una quarantina di altri cani, tra Labrador, Golden Retriever e Terranova tornava a casa distrutta. E a dire il vero anch’io.

PS davanti alla spiaggia dove ci fermiamo a fare una pausa fanno gli allenamenti di kayak. L’altro giorno Tessa ha nuotato fino a una boa, pensando che fosse una palla da riportare a riva. Quando si è avvicinata abbastanza da capire che era troppo grande e non ce l’avrebbe mai fatta è tornata indietro, come se niente fosse, come se l’avesse sempre saputo. E io pure ho fatto finta di niente.

Piccoli incidenti di percorso

Eravamo quasi arrivate alla macchina. La camminata era andata benissimo, al punto che stavo pensando di allungare un altro po’ il percorso a partire da questo fine settimana. Poi Tessa ha iniziato a zoppicare. Era l’ultimo tratto, quello in cui di solito lei si stende a terra perché non vuole tornare a casa e non c’è verso di rialzarla. Stavolta però non voleva fermarsi, voleva arrivare il prima possibile a casa, credo. L’ho fermata, ho dato un’occhiata alla zampa, operazione che di solito faccio appena rientrate. Fa parte della routine di chi porta il cane nel bosco. Un pezzetto di legno si era infilato tra i cuscinetti – almeno spero che fosse quello il problema. Nel bosco purtroppo capita di trovare addirittura schegge di vetro. Spine e pezzetti di legno sono il minore dei mali.

Rientrate a casa la zampa sanguinava un po’, così via di disinfettante e garza. Non so quanto reggerà, ma almeno per il momento siamo a posto. Per fortuna Tessa è brava, non ha protestato più di tanto. E alla fine è arrivato un biscottone-premio di quelli che la fanno impazzire. Ora dorme beata ma ho idea che sia arrivato il momento di cercare le scarpette da trekking anche per lei…

Tessa… Bici!

Il Cammino di Santiago si può fare in tre modi: a piedi, in bicicletta o a cavallo. Di cavalli in realtà non ne ho mai visti, ma di pellegrini in bicicletta ne ho incontrati parecchi. Personalmente preferisco camminare, poggiare il piede sulla stessa terra calpestata dai pellegrini che si sono diretti a Santiago prima di me. Mi piace la lentezza dei passi piuttosto che lo scorrere veloce del paesaggio mentre si pedala.

La presenza dei ciclisti, ad ogni modo, potrebbe creare qualche problema con Tessa. Non che lei abbia paura – nel bosco dove andiamo di solito ne passano diversi e non ha mai reagito. Però il problema è che il ciclista medio – pellegrino o semplice appassionato di MTB che va in giro per boschi – raramente avvisa del suo arrivo. Così tu cammini nel silenzio del bosco e all’improvviso ti arriva alle spalle un folle, e a 20 e qualcosa km all’ora ti supera con quella strafottenza da “questo sentiero è tutto mio, levati.” Un paio di volte mi sono presa un mezzo infarto. Che poi mi chiedo cosa ci voglia a dire “attenzione”, o a dotarsi di campanello per segnalare il proprio arrivo. Sono buone maniere basilari ma i ciclisti ne sono del tutto privi (ok, forse non tutti ma su 20 che ne passano ce ne sarà uno educato o dotato di campanello).

E con Tessa a camminare da sola qualche metro davanti a me, il rischio aumenta, perché magari questi arrivano mentre lei attraversa il sentiero perché ha sentito un odore interessante, e la travolgono. Così ora mi sto abituando ad avvisarla. “Tessa, bici,” le dico quando sento arrivare l’ennesimo ciclista. Abbiamo aggiunto anche questo ai comandi di sopravvivenza. Lei si ferma, e mi guarda. Ha già iniziato a collegare “bici” all’arrivo del ciclista. Aspetta che passi e, quando vede che riprendo a camminare, prosegue. Cammina, annusa, cammina.

Go back to top