Come un’interlinea minima

di Slawka G. Scarso

Mi sono abituata
a parlare con l’interlinea tripla,
e tra le righe a infilare
pezzi di racconti, a volte
storie intere. C’è più fascino
dicono, nel non mostrare,
nel lasciare un velo
- appena – di mistero.
Solo che al velo preferisco
un tappeto fitto
come quando da piccoli
si nascondevano i giochi
e, vedi?, la cameretta è
in ordine, vedi? Un tempo erano
fogli da colorare, pennarelli,
e mattoncini con cui costruire
città e, dentro quelle, storie.
Scricchiolava tutto,
sotto a ogni passo.
Oggi sono debolezze,
errori che la coscienza
mangiano come la ruggine col ferro.
E come allora, c’è sempre
qualcuno che arriva e alza il tappeto.
Arriva di rado, oggi, niente indagini
materne e programmate.
Arriva come hai fatto tu,
alza il tappeto e indica
la frase nascosta.
Quanto pensi – dice, dici -
quanto pensi
di poter nascondere tra le righe
prima che qualcuno noti
una parola
fuoriuscire qui e là?
E io mi faccio piccola,
come un’interlinea minima
e spero:
una madre, per dire,
può alzare un po’ la voce
ma non farebbe mai la spia.

Chissà quanto

di Slawka G. Scarso

Ogni mattina vorrei
nascondere poche parole
tra le tue carte.
Infilarle lì, senza che tu
possa notarle.
Parole sparse tra i tuoi disegni:
prima una, poi un’altra
e un’altra ancora,
formare versi, col passare
dei giorni, e storie intere
con l’avvicendarsi dei mesi.
Poi rimarrei ad aspettare
e t’immaginerei mentre
calmo da un foglio passi
a un altro.
E dopo una casa, ecco
spuntare una frase,
dietro un palazzo
un rigo a fare capolino.
Le rime si andrebbero
a baciare dietro un vicoletto
Altre s’incrocerebbero veloci
In un cortile,
o sotto un tetto.
Chissà quanto ci metteresti
a notarle.
Chissà quanto ci metterai
ancora.

Quando prendi qualcosa, qualcosa lasci

Sorrido mentre parli
ascolto la tua vita
ne bevo, piano,
come sorsi di vino.

In quel calice
per un attimo,
mi ritrovo a specchiarmi
a vedermi in quel riflesso
che appartiene a te.

Poi sui saluti
“Devi essere felice,” dici.
e la mia mano subito non lasci
- neppure gli occhi.

E mentre m’allontano ho l’impressione
che di me sai già tutto
senza che io abbia detto una parola
e che una virgola della mia anima
resterà qui, tra queste antiche mura.

estate 2011

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