Non era mai successo

The Bench
di Slawka G. Scarso

Seduta sulla terza panchina da sinistra,
la cintura del cappotto ben stretta in vita
e una borsetta chiusa tra le mani
con fiori gialli e cuori ricamati di azzurro,
lei guardava il parco e non vedeva nulla.

Ogni giorno andava lì a sedersi,
alle 11.47. Si fermava un’ora esatta.
Nessuno sapeva bene dove abitasse,
cosa facesse. Perché venisse proprio a quell’ora.
Nessuno se l’era domandato più di una volta sola.

Poi arrivò un ragazzo e si sedette accanto a lei.
Non era mai successo.
- Cos’hai lì dentro? le chiese, indicando la borsetta.
- Niente, non ho niente, disse, stringendola più forte tra le mani.
- Dai, fammi vedere, dai.
Ma lei guardava il parco e non vedeva nulla.

Il giorno dopo, stessa storia: una domanda,
un niente in risposta. E quello dopo ancora,
stessa cosa. Per settimane intere. Mesi.
Smetterà di venire, pensò.
Guardava il parco e non vedeva nulla.

Ma lui tornava sempre, puntuale più di lei, e un giorno disse:
- Guarda, stanno ammazzando di risate quella vecchietta.
Lei si girò un attimo, un attimo soltanto,
allentò la presa e lui le sfilò dalle mani la borsetta.
Corse via – due metri, quattro.
Aprì la borsa, ma non disse nulla. Nulla domandò.
- Ormai è troppo rotto, inutile ripararlo ancora, lei spiegò.
E lui tornò a sederle accanto, braccio contro braccio,
gamba contro gamba. Non era mai successo.
Sfilò dalla borsetta il suo contenuto:
un cuore rattoppato così tante volte
e così tante volte rammendato, ricucito,
che era diventato più rigido di un sasso.
Ora sì che smetterà di venire, pensò lei.
Guardava il parco e non vedeva nulla.

Ma il giorno dopo lui tornò, puntuale più di lei, e disse:
- Me lo dai? Solo per un poco.
- Basta che poi me lo restituisci.
- Te lo prometto.
Lo tenne tra le mani per un po’,
poi sfilò dalla giacca un paio di forbicine
e prima che lei potesse ribellarsi tagliò un filo.
- Questo non ci serve più, le sussurrò.
Lei avrebbe voluto dirgli che no, quel filo serviva eccome,
era stato messo lì un giorno preciso, se lo ricordava bene,
ma, tra le mani di lui, il suo cuore non sembrava protestare.

Ogni giorno tornavano alla terza panchina sulla sinistra,
ogni giorno lui sfilava un filo,
staccava una toppa, districava un rammendo.
Poi una mattina, mentre lui le restituiva il suo cuore
lei lo guardò negli occhi, non era mai successo,
e il cuore fece un balzo, piccolo. Era un inizio.

Ho una foto nella testa

Train StationHo una foto nella testa, la scena più o meno è questa:
stazione pomeriggio cielo grigio io.

Seduta su una panchina sono lì che penso
che sarebbe bello incontrare qualcuno
esattamente come te.
In una stazione poi,
in un paese lontano, proprio come nei film.

Poi quando arrivi neppure ti riconosco. Non subito,
almeno. Troppo tardi
di sicuro.

E io ancora a prendere treni, e a guardare in lungo
e in largo i binari punteggiati di panchine
che si perdono nei fumi di metropoli lontane.
Col cuore che subito si scompiglia,
se solo poco qualcuno ti assomiglia.

Questa è vecchia, ma così vecchia che ormai la posso pure pubblicare…

Go back to top